Confindustria Venezia, Assemblea Generale 2010 – Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni

Buona sera a tutti
Grazie al presidente Brugnaro
Vi porto il saluto di Emma Marcegaglia nelle mie vesti di delegato per le dinamiche dei nuovi scenari mondiali.
Mi fa molto piacere essere qui di nuovo tra gli industriali di Venezia. Tutte facce conosciute, molti amici, il solito grande calore.
L’amico Papetti mi chiede come vedo il futuro di Marghera.
Devo dire che il tema mi appassiona perché, da quando nel 1996 sono diventato Ad della Pilkington, che ha uno stabilimento qui, assisto a un dibattito, tutto veneziano, sul futuro di quest’area industriale, una delle più grandi d’Europa.
Non voglio fare a voi, proprio a voi, la storia di Marghera, ma lasciatemi solo dire che la logica che ha portato alla creazione del polo dell’industria pesante di Marghera ancora all’inizio del ‘900 è la stessa che ha creato altri grandi poli industriali quali Rotterdam, Anversa, Amburgo, Londra o Dunquerque.
Un grande porto, a Venezia, facile accesso ad un gran numero di  banchine per scaricare materie prime, servizi di logistica, utilities e sicurezza in comune e attività industriali che trasformano materie prime, chimiche e non, in prodotti finiti da spedire via terra ad un mercato vicino di 40 milioni di abitanti. Sì 40 milioni di persone vivono in un raggio di 400 km intorno a Venezia.
A questo vantaggio competitivo geografico se ne è aggiunto col tempo un altro: operai e tecnici qualificati, particolarmente competenti nelle attività complesse della chimica e dell’industria di processo, abituati a lavorare a ciclo continuo in una regione ed in un paese dove lavorare in turno (Pomigliano ce lo indica) non è gradito quasi a nessuno.
Bene, da anni, sul destino di Marghera si dibatte e ne sentiamo di ogni:
- C’è chi vuole chiudere tutto. “La chimica se ne vada dalla laguna”. Forse vogliono solo campi da golf.
- C’è chi vuole la chimica ma senza ciminiere, possibilmente solo la ricerca nella chimica come se la ricerca potesse vivere lontana dalla produzione.
- C’è chi ha indetto un referendum per chiedere alla popolazione se vuole o meno che si producano a Marghera prodotti chimici come il fosgene che pochi conoscono, ma il cui nome fa paura. Si evita di dire che il fosgene lo si produce in molti altri siti in Europa e nel mondo.
- C’è chi poi coltiva un sogno impossibile cercando di ingraziarsi contemporanea-mente i lavoratori di Marghera e gli estremisti dell’ambientalismo: “no alla chimica, ma difendiamo l’occupazione”.
Dio solo sa come.


Il risultato di questo dibattito surreale e del conseguente clima di incertezza che si è creato sul futuro di Marghera è sotto gli occhi di tutti.  L’incertezza ha bloccato gli investimenti, salvo quelli di pura manutenzione. E senza nuovi investimenti, come tutti voi sapete,  si muore. Ad ogni crisi economica, le multinazionali reagiscono chiudendo gli stabilimenti meno moderni, quelli dove si è investito meno, quelli più deboli. E invariabilmente lo stabilimento più debole è quello di Marghera.

Negli ultimi anni c’è una lunga lista di grandi società che se ne sono andate: la Rhodia, la BP, la Shell, la Dow ed oggi la Ineos.
Tutte grandi aziende internazionali che continuano la loro attività in Inghilterra, in Francia, in Germania e così via, ma qui a Marghera invece chiudono.

Noi, incalzati dai problemi sociali, di fronte a queste chiusure, ci mettiamo a inseguire improbabili cordate messe su da imprenditori che di chimica sanno poco o niente, nostrani o stranieri che siano.

E della fuga delle multinazionali i primi responsabili sono proprio quelli che hanno per anni dibattuto sul futuro di Marghera. Non esiste paese al mondo che abbia deciso a freddo di cancellare una grande area industriale attrezzata e infrastrutturata, ricca di competenze tecniche, con un indotto specializzato come il nostro e non c’è nessun grande paese industriale che abbia rinunciato  alla chimica di base.

In questo contesto, tra mille difficoltà, eni continua ad essere massicciamente presente qui:
- Occupiamo 1700 persone in provincia di Venezia.
- Continuiamo ad investire al ritmo di quasi 100 milioni di euro all’anno e avremmo fatto molto di più se il Comune di Venezia, in un recente passato, non ci avesse messo di fronte ad un aut-aut.
- Continuiamo a bonificare i terreni non appena abbiamo i piani di bonifica approvati dal ministero dell’ambiente.
- Continuiamo a farci carico dei problemi causati da altri come il contributo che abbiamo dato all’assorbimento del personale reso esuberante dalla Dow. Tra parentesi l’accordo del 2006 prevedeva che noi assorbissimo personale Dow ma a fronte di una serie di autorizzazioni che non ci sono mai arrivate.
- Teniamo in piedi la Servizi Porto Marghera, che era stata creata per quella grande presenza nella chimica che non c’e’ quasi più. Oggi la Servizi Porto Marghera grava quasi totalmente sulle nostre spalle.
- Contribuiamo al riassetto del territorio mettendo a disposizione delle istituzioni aree come nel caso del progetto Vallone Moranzoni.
Non posso dire che i nostri sforzi vengano sempre capiti e apprezzati.  Proprio qui, a Venezia, ogni tanto,  leggo dichiarazioni che mi sembrano francamente ingiuste nei nostri confronti all’insegna di “me la prendo con chi c’è, visto che non me la posso prendere con chi se ne è andato”. 
Ma non sono qui a lamentarmi.

Sono qui a dire che bisogna cambiare registro. Lo richiede Marghera e chi ci lavora.  Lo richiede il futuro di una Venezia che non sia popolata solo da baristi e gondolieri. Lo richiede il nostro Paese che deve continuare ad essere un paese manifatturiero perché a questo dobbiamo il nostro benessere. Lo richiede la crisi che il mondo occidentale sta attraversando.
Noi dobbiamo, pensando al futuro per Venezia, fare quello che qualunque imprenditore, come voi, fa nella sua azienda: un’analisi dei punti di forza e dei punti di debolezza.
E duemila ettari di terreni industriali attrezzati, fronte mare, con tecnici e operai tra i migliori al mondo e un mercato di 40 milioni di persone alle spalle è un grande punto di forza.

Un punto di forza che va venduto e valorizzato con convinzione e metodo, cercando di attrarre qui nuovi investimenti manifatturieri, che rispettino l’ambiente, e che riportino Marghera al centro dello sviluppo economico della nostra Europa.